Diego de Pantoja

Diego de Pantoja o Diego Pantoja (in cinese: 龐迪我, Pang Diwo) (Valdemoro, aprile 1571Macao, gennaio 1618) è stato un gesuita e missionario spagnolo in Cina, noto per aver accompagnato Matteo Ricci a Pechino. Il suo nome compare anche in alcune fonti come Didaco Pantoia.[1].

Diego de Pantoja arrivò a Macao il 20 luglio 1597, dove gli fu affidato un incarico presso il Colégio de São Paulo.[2] Fu quindi inviato nella capitale meridionale della dinastia Ming, Nanjing, dove si stabilì a partire dal marzo del 1600. Lavorò con Matteo Ricci, che in seguito completò il suo Zhifang waiji, il primo atlante mondiale della storia cinese.[3] Insieme, lasciarono Nanjing il 19 maggio 1600 e arrivarono alla capitale settentrionale della dinastia Ming, Pechino, il 24 gennaio 1601.

Diego de Pantoja lavorò a Pechino per molti anni come astronomo (apportando correzioni al calendario cinese), geografo (occupandosi della latitudine) e musicista.

Il 18 marzo 1617 fu processato e fu espulso dalla Cina, insieme al suo collega Sabatino de Ursis, e si stabilì a Macao, dove visse fino alla fine della sua vita.

Diego de Pantoja può essere annoverato tra i grandi pionieri della missione gesuita in Cina. Se è stato uno spagnolo navarrese, San Francesco Saverio, ad aprire la strada delle missioni d'Oriente e a morire alle porte della Cina, e se dopo di lui alcuni altri gesuiti spagnoli hanno tentato vanamente di entrare nel grande Regno di Mezzo, ancora ermeticamente chiuso agli stranieri, è proprio ancora uno spagnolo, Diego de Pantoja, a raggiungere fra i primi la meta tanto desiderata di Pechino, come accompagnatore e collaboratore del Padre Matteo Ricci nell'inserirsi alla corte dell'Imperatore, nello sviluppare le relazioni con i letterati cinesi e dare alla missione quella stabilità di insediamento che fino allora non aveva ottenuto.

Pantoja muore ancora relativamente giovane, a 47 anni di età, ma ha già passato 21 anni in Cina, essendo entrato molto giovane nella Compagnia di Gesù e avendo fatto domanda delle missioni dell'Oriente nel corso della sua formazione. Desiderava la Cina, ma era stato destinato al Giappone. Mentre si trova a Macao le circostanze inducono i suoi superiori a modificare la destinazione perché si unisca al Padre Ricci a Nanchino e gli sia di appoggio e sostegno nell'impresa di raggiungere Pechino.

Proprio questo cambiamento inaspettato di destinazione è uno degli aspetti che più colpiscono e commuovono nella vicenda di Pantoja. La massima parte dei giovani gesuiti spagnoli che a quel tempo chiedevano le missioni si orientavano o erano orientati verso il Nuovo Mondo, le Americhe e le Filippine, e anche i pochi che erano accettati per le missioni di Oriente per la maggior parte erano destinati al Giappone o si fermavano a Macao. Il numero dei gesuiti spagnoli che entrano e lavorano effettivamente nel territorio cinese fino alla soppressione della Compagnia di Gesù si può contare sulle dita di una o al massimo due mani. Sono infatti soprattutto gesuiti portoghesi, italiani, francesi o di altre nazioni europee a compiere l'impresa grandiosa della missione cinese nella prima epoca della Compagnia e a segnalarsi per i grandi risultati culturali e scientifici. Ora, il giovane spagnolo Diego de Pantoja ha desiderato fin dall'inizio di servire il Vangelo proprio in Cina, e quindi vive l'insperato cambiamento di destinazione come un segno della benevolenza del Signore verso di lui: En lo cual reconozco la divina providencia y la fidelidad que N.S. conmigo guardó, cumpliéndome (cuando más sin esperanzas estaba ni imaginación de eso) los primeros deseos con que para estas partes me llamó: conviene a saber: de ocuparme en su servicio u en la conversión de esta gentilidad de la China, pre aliis. È ben possibile che nell'indurre i superiori – il superiore di Macao padre Manuel Dias e il visitatore padre Alessandro Valignano - a considerare l'opportunità di questo cambiamento, superando eventuali pregiudiziali negative dovute alla nazionalità, sia stato proprio il riconoscimento delle grandi doti umane e spirituali del giovane Pantoja, che avevano conosciuto personalmente già durante la navigazione da Goa a Macao.

Pantoja arriva dunque a Pechino insieme a Ricci nel 1601 e vi rimane stabilmente fino al 1617, ben dopo la morte del suo maestro avvenuta nel 1610, contribuendo così in modo determinante al consolidamento della presenza dei gesuiti nella "Capitale del Nord" e quindi nell'intero Impero. Ricci ha colto immediatamente le qualità del suo giovane compagno, fra cui la sua naturale sensibilità e capacità musicale, che valorizza incaricandolo di frequentare il Palazzo imperiale per insegnare ai musici di corte l'uso del clavicembalo donato all'Imperatore. Possiamo pensare che sia proprio questa stessa sensibilità musicale a rendere Pantoja capace di sistematizzare quella notazione grafica dei diversi toni della pronuncia del cinese che sarà preziosissima per aiutare i missionari europei a preparare (in forma traslitterata con l'alfabeto latino) il testo dei propri scritti in lingua cinese, ciò che sarà uno dei suoi grandi meriti, come spiega appunto il padre Athanasius Kircher.

Determinante è poi il ruolo di Pantoja nell'ottenere il decreto imperiale che autorizza la sepoltura del Padre Ricci in terra cinese, cosa mai avvenuta fino allora per uno straniero, dando così inizio al famoso cimitero di Zhalan, a Pechino, che, con le sue 63 grandi stele tombali di famosi gesuiti (Ricci, Schall, Verbiest, Schreck, Buglio, Castiglione e altri) rimane fino ad oggi il luogo più intensamente evocativo della storia della missione cinese durante la prima Compagnia di Gesù.

Ma Pantoja continua e allarga l'opera di Ricci presentandosi come un interprete fedele e creativo di quel geniale e lungimirante metodo missionario che oggi viene comunemente chiamato di inculturazione, che era stato impostato dal visitatore Alessandro Valignano e aveva trovato in Ricci il suo più profondo e intelligente esecutore in dialogo con la cultura cinese. Il padre Diego coltiva e sviluppa ulteriormente la preziosa amicizia con i discepoli e amici cinesi di Ricci, in particolare il famoso dottor Paolo Xu Guangqi, un importante e dotto funzionario imperiale, che aveva tradotto in cinese insieme a Ricci gli Elementi di Euclide e che, dopo la morte di Ricci, fa assegnare a Pantoja e al suo confratello De Ursis il compito di lavorare alla riforma del calendario cinese. Questa è una grande impresa scientifica e culturale di cui essi potranno compiere solo i primi passi, ma sarà portata avanti dai gesuiti loro successori e costituirà uno degli aspetti più importanti e fecondi del dialogo fra scienza occidentale e scienza cinese, rappresentando uno dei punti più alti e felici dei rapporti fra l’Occidente e la Cina e uno degli episodi più gloriosi del servizio culturale della Compagnia di Gesù.

Ma se l'aspetto scientifico e geografico dell'impegno dei gesuiti colpisce molto, fino ad oggi, anche i non credenti, non bisogna dimenticare che la motivazione più profonda dei missionari è di natura religiosa e di conseguenza anche morale. Ciò li porta a compiere uno studio approfondito dei classici confuciani che li mette in grado non solo di dialogare alla pari con i letterati, ma anche di scrivere e pubblicare a stampa opere di presentazione della fede e della morale cristiana ben appropriate per essere comprese e apprezzate dalla classe colta cinese. A Pechino, Pantoja è testimone diretto del lavoro di Ricci per pubblicare la versione più matura del suo Catechismo, intitolato Il vero significato del Signore del Cielo, e quell'affascinante raccolta di dieci dialoghi di insegnamenti religiosi e morali intitolata I Dieci capitoli di un uomo strano, che incontra uno straordinario successo. Non c'è quindi da stupirsi che negli anni seguenti anche Pantoja si cimenti nel pubblicare opere analoghe di grande portata e di elevata qualità letteraria, fra cui rimarrà giustamente famosa quella intitolata Le sette vittorie (contro i sette peccati capitali), inserita in seguito in una delle più importanti collezioni imperiali "dei libri eccellenti".

Lo zelo apostolico ed evangelizzatore di Pantoja non si limita tuttavia alle grandi pubblicazioni. Si allarga alla catechesi, cosicché il crescere della comunità cristiana di Pechino e dei dintorni è dovuto in buona parte a lui. A proposito dell'impegno di Ricci e Pantoja: mentre il primo appare più inclinato all'apostolato intellettuale con i letterati, il secondo lo integra sul versante della catechesi.

Insomma, l'impegno dei gesuiti della prima Compagnia a Pechino e in generale in Cina, anche se non accompagnato da grandi numeri di conversioni e battesimi, si presenta ammirevole e lungimirante, con quella capacità di ascolto e dialogo con la cultura circostante che è premessa di una evangelizzazione rispettosa, che possa mettere radici in un nuovo terreno senza essere sentita come estranea e straniera. Se i papi recenti, dopo la chiusura definitiva della drammatica e discussa questione dei riti cinesi, indicano oggi sempre più frequentemente in Matteo Ricci un modello e maestro di un annuncio del Vangelo rispettoso della cultura dei suoi destinatari, addirittura analogo a quanto avevano fatto i padri della Chiesa in rapporto con la cultura greca, possiamo a buon diritto considerare anche Diego de Pantoja un degno emulo di questo maestro, partecipe degli stessi meriti.

Ciò non era affatto semplice e scontato a quel tempo. Se vogliamo misurare quanto fosse difficile e coraggiosa la strada intrapresa da Ricci e Pantoja, basta che pensiamo che proprio mentre Ricci entrava in Cina con grande fatica, un altro suo confratello – assai brillante ed influente, ma davvero originale e per fortuna dalle idee non molto condivise da altri: lo spagnolo Alonso Sánchez -, compiva due viaggi nella Cina meridionale arrivando dalle Filippine, e ritornando in Europa presentava al grande Filippo II un memoriale in cui sosteneva che il metodo seguito da Ricci era fallimentare e che la fede cristiana avrebbe potuto entrare in Cina solo se sostenuta dalla forza delle armi, come era avvenuto in altre parti del mondo.

Ma un aspetto davvero commovente della vicenda di Pantoja è la sua conclusione nella sofferenza. Fin dall’inizio la missione cinese è segnata da molte difficoltà. Manifestazioni di diffidenza e ostilità nei confronti degli stranieri e memoriali alle autorità contro i missionari accompagnano praticamente ogni tappa del cammino dei gesuiti. Matteo Ricci è costretto a lasciare la prima residenza a Zhaoqing, resterà claudicante per tutta la vita per essere saltato da una finestra fuggendo durante un attacco alla residenza di Schaozhou… Le buone relazioni stabilite a Pechino proteggono generalmente i gesuiti, ma anche Pantoja subirà un'aggressione fisica nel contesto delle resistenze contro l'assegnazione del luogo della sepoltura di Ricci. Ma ciò è poco in confronto alla durissima esperienza del decreto imperiale di espulsione dei gesuiti, che verrà emesso nel contesto di un periodo di violenti attacchi denigratori contro di loro iniziati a Nanchino – la cosiddetta "persecuzione di Nanchino" – che dureranno dal 1615 al 1617. La campagna è così violenta che le appassionate argomentazioni a difesa dell'operato dei missionari svolte da Pantoja e dal grande amico e protettore dei missionari Xu Guangqi non bastano ad evitare il peggio, cioè l'espulsione anche da Pechino. Fortunatamente le radici della presenza dei gesuiti a Pechino sono state piantate così solidamente che dopo breve tempo i gesuiti potranno tornare. Ma per Pantoja e De Ursis – il suo confratello e superiore a Pechino – il colpo è terribile. Essi dovranno lasciare la città del loro generoso e straordinario servizio apostolico di frontiera, e ritornare al punto di partenza: Macao. Alle fatiche di una vita spesa per il servizio del Vangelo si aggiunge la sofferenza. Non c'è da stupirsi che, pochi mesi dopo l'arrivo a Macao, Pantoja termini la sua vicenda terrena. De Ursis gli sopravviverà per soli due anni e morirà anch'egli a Macao.

Nel cimitero di Zhalan, a Pechino, iniziato per suo merito, fra le stele funerarie dei grandi missionari gesuiti non vi è dunque quella di Diego de Pantoja, sepolto in umiltà nella chiesa di Macao. Ma il fatto di aver terminato la sua breve e intensissima vita missionaria nella sofferenza dell'esilio avvicina mirabilmente la figura di Pantoja a quella del Signore Gesù che porta la Croce.

  • L. Carrington Goodrich & Chao-Ying Fang (ed.): Dictionary of Ming Biography, 2 ed., New York/London: Columbia University Press 1976
  • Gianni Criveller: Preaching Christ in Late Ming China: The Jesuits' Presentation of Christ from Matteo Ricci to Giulio Aleni, Taipei:Taipei Ricci Institute 1997 ISBN 2-910969-02-9
  • Trigault, Nicolas S. J. "China in the Sixteenth Century: The Journals of Mathew Ricci: 1583-1610". English translation by Louis J. Gallagher, S.J. (New York: Random House, Inc. 1953). This is an English translation of the Latin work, De Christiana expeditione apud Sinas based on Matteo Ricci's journals completed by Nicolas Trigault. Ricci and Pantoja's trip to Beijing is described on pp. 354–399. There is also full Latin text available on Google Books.

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