Scienze sociali

Le scienze sociali o scienze umane sono quelle discipline che studiano l'essere umano e la società, in particolare l'origine e lo sviluppo delle società umane, le istituzioni, le relazioni sociali e i fondamenti della vita sociale[1].

Anche se il termine scienze sociali è il più utilizzato, per alcune scienze che non si occupano principalmente dello studio della società, come la psicologia[2], viene usata la denominazione scienze umane. Seguendo questa linea di pensiero[3], le scienze sociali che non studiano principalmente gli esseri umani, come l'economia[4] e il diritto[5], diventano un'area delle scienze umane[1].

Nelle più delicate questioni che riguardano gli oggetti di studio delle scienze sociali, "il rimando al binomio natura-cultura pone il problema delle implicazioni dei differenti modelli teorici - bilanciati ora sull'uno ora sull'altro dei due termini di tale binomio - sul modo di concepire la realtà, la prassi sociale e la stessa organizzazione del contesto socio-culturale"[6].

Vengono spesso etichettate con il termine di soft science (scienze molli) in quanto, a livello epistemologico, non applicano in toto il metodo scientifico tipico delle cosiddette scienze dure, sebbene a rigore siano a tutti gli effetti definibili come scienze[7] in quanto corpo di conoscenze logicamente organizzate o strutturate.

Le discipline umanistiche

Le discipline umanistiche, come quelle filosofiche, convenzionalmente non rientrerebbero tra le scienze propriamente dette, neppure sociali, in quanto vengono studiate per lo più in modo analitico e speculativo, quindi non misurabile secondo le metodologie affermatesi prevalentemente in ambito di hard science[8]. "Tra questi procedimenti manca un denominatore comune; o, se ce n’è uno, esso è soltanto negativo – l’assenza di una verifica sperimentale diretta. Ciò non autorizza tuttavia a istituire una dicotomia tra scienze capaci di verifica e scienze prive di possibilità di verifica, facendo coincidere quest’ultime con le scienze “umane”. Il rapporto tra ipotesi e dimostrazione sperimentale si configura in maniera diversa secondo il procedimento impiegato: non soltanto il grado, ma anche il tipo di prova risulta variabile. Una verifica diretta non si ottiene neppure in tutte le scienze (cosiddette) naturali – del resto, come ci ha insegnato W.V.O. Quine, tutte le teorie scientifiche sono empiricamente sotto-determinate: alla sua assenza le scienze “umane” suppliscono in vario modo, con forme di controllo dei risultati le quali mutano da una disciplina all’altra"[9]. La storia, intesa come "scienza storica", è la disciplina convenzionalmente ritenuta "umanistica" che più si avvicina per metodo e per obiettivi alle scienze sociali propriamente dette.

Epistemologia

Secondo Bachtin il fine delle scienze umane e sociali non può essere l’accuratezza di una conoscenza oggettiva, come si verifica per le scienze naturali, poiché esse, le scienze sociali, comprendono, trasmettono e interpretano i discorsi di altri, ovvero hanno a che fare con una conoscenza costruita nelle interazioni e nei dialoghi[10]. "Nella realtà della vita quotidiana l’accuratezza della conoscenza di cui disponiamo non va intesa allora nei termini di un’esattezza oggettiva, ma va riportata a questo contesto dialogante e argomentativo che la traduce, secondo Bachtin, nel superamento dell’estraneità della cognizione dell’altra persona attraverso la comprensione attiva e il controllo dell’ambiente sociale. Nella prospettiva dialogica l’accuratezza e la precisione della conoscenza fanno riferimento all’elaborazione congiunta dei punti di vista da parte di due differenti individui che, dialogando, li mettono a confronto"[11].

La critica di Rorty, invece, "si estende anche alla plausibilità della distinzione metodologica tra scienze naturali e scienze sociali. (...) Le scienze naturali sono sicuramente caratterizzate da una relativa stabilità e dall’adozione dello schema di previsione e controllo: ma l’adozione di tale schema è frutto di una decisione storicamente contingente. In questo quadro, assumiamo un atteggiamento da scienziato naturale (che Rorty chiama «epistemologico») quando sappiamo/vogliamo trattare gli eventi in modo sistematico e quando siamo indotti a confidare nella verità del nostro vocabolario. Assumiamo invece un atteggiamento da scienziato sociale (che Rorty chiama «ermeneutico») quando troviamo anomalo quello che succede, quando non riusciamo a descriverlo adeguatamente con i vocabolari di cui disponiamo. La distinzione importante, pertanto, non è quella tra le procedure di indagine delle cause fisiche e le procedure di indagine degli uomini, bensì quella, mai definitiva, tra il campo di analisi nei confronti del quale siamo certi di avere a disposizione un vocabolario stabile, e il campo nei confronti del quale siamo invece relativamente incerti sul vocabolario a disposizione. Questa distinzione tra vocabolari consolidati, «normalizzati», e vocabolari incerti, preparadigmatici e rivoluzionari, per applicare i termini di Thomas Kuhn alla distinzione di Rorty, al momento coincide grosso modo con la distinzione tra il campo delle scienze sociali ed il campo delle scienze naturali. Ma si tratta di una coincidenza storica, chiarisce Rorty. (...) La demarcazione tra scienze sociali e scienze naturali è dunque fittizia nella misura in cui pretende di assegnare a ciascun ambito cognitivo un metodo specifico ed una specifica relazione con la realtà, ed è un’asserzione storicamente contingente nella misura in cui si riconosce che la differenza di fatto sussiste"[12].

  • Giovanni Sartori, Logica, metodo e linguaggio nelle scienze sociali, Bologna, Il Mulino, 2011
  • Scienze sociali e salute nel XXI secolo: nuove tendenze vecchi dilemmi?, Franco Angeli, Milano 2008 (Atti del Convegno Internazionale Scienze sociali e salute nel XXI secolo: nuove tendenze vecchi dilemmi? organizzato dall'Università degli Studi di Bologna, Polo Scientifico-Didattico di Forlì - Facoltà di Scienze Politiche “R. Ruffilli” - Dipartimento di Sociologia. Forlì, 19-21 aprile 2007).

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